Cogitor, nasce in Italia il robot liquido che si ispira alla cellula

2 Settembre 2021
Cogitor

Finanziato dall’Unione europea con 3,5 milioni di euro, e sviluppato da diversi istituti fra i quali l’Iit di Genova, ha un sistema di elaborazione dei dati che usa le molecole come transistor ed è energicamente autosufficiente

 

Sferico, simile ad una cellula, con all’interno un liquido che funziona come un computer e una pelle in grado di ripararsi da sola e di percepire le pressioni esterne come fosse uno schermo tattile. Il dna del robot Cogitor, che verrà sviluppato grazie a tre milioni e mezzo di euro forniti dall’Unione europea, non ha nulla a che fare con quel che abbiamo visto fino ad oggi.

 

E’ il primo esempio di una nuova specie di macchine, che va sotto il nome di “robotica liquida”, capace di sondare le profondità dell’oceano, giacimenti sotterranei, gli anfratti di un asteroide privo di gravità o all’estremo opposto pianeti gassosi dove la pressione è proibitiva come Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Progetto che avrà la durata di quattro anni e sarà guidato dall’Istituto italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, in collaborazione con la University of the West of England, i laboratori svizzeri dell’Empa specializzati in nuovi materiali, Plasmachem di Berlino e Ciaotech, divisione italiana della multinazionale belga Pno.

Insomma, mentre Elon Musk annuncia il robot umanoide Tesla Bot e Boston Dynamics continua ad inondare Youtube con i video dei suoi androidi e cani artificiali che compiano acrobazie grazie ad un montaggio sapiente, qui in Europa hanno deciso di percorrere anche altre strade.

I robot o antropomorfi richiedono un impiego enorme di risorse”, commenta Alessandro Chiolerio, 41 anni, a capo del progetto. “Camminare su due gambe è complicatissimo per una macchina, come avere la nostra capacità manuale. Serve potenza di calcolo e tanta energia. Meglio trarre spunto da altri aspetti della natura, secondo il compito che il robot deve svolgere”. Orgogliosamente astigiano, come ci tiene a sottolineare, Chiolerio ha un passato da ricercatore al Politecnico di Torino prima di approdare all’Iit. Ma ha anche speso due anni ai Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa di Pasadena, dove fra le altre cose hanno costruito i rover. Qui, assieme ad un altro scienziato italiano, Marco Quadrelli, il ricercatore dell’dall’Istituto italiano di Tecnologia ha messo a punto la prima idea di un robot liquido che opera grazie a piccole quantità di energia prodotte autonomamente sfruttando le differenze di temperatura dell’esterno.

Del resto il cuore di tutto è proprio il liquido, fatto di molecole che agiscono come dei transistor passivi potendo assumere due stati differenti, l’equivalente dello 0 e dell’1 dei sistemi binari. A seconda dei comandi inviati dal processore centrale, assumeranno una configurazione diversa all’interno della sfera per eseguirli o per trasmettere sempre al processore quel che hanno percepito, poco importa che sia la durezza di una superficie, la sua conformazione, la temperatura o altro.

Il principio di fondo è il modello cerebrale olografico teorizzato dal neuroscienziato viennese Karl Pribram negli anni Novanta. Secondo lui le informazioni, compresi i ricordi, non sarebbero registrate dai neuroni ma il risultato di correlazioni fra diversi gruppi di neuroni che darebbero vita a infiniti pattern all’interno del cervello. Si spiegherebbe così la capacità di quest’ultimo di immagazzinare un’enorme quantità di dati in uno spazio relativamente piccolo. “Pribram la chiamava “olonomia”, un’olografia dinamica”, conclude Chiolerio. “Ed è questa la base del liquido computazionale, o anche plasma computazionale, di Cogitor”.

Supponiamo che al robot arrivi l’ordine di muoversi in avanti. A quel punto una volta partito l’impulso dal processore centrale, i gruppi di molecole dentro la sfera assumeranno una forma che equivale a linee di codice contenenti le istruzioni necessarie per compiere l’azione. Allo stesso modo i dati percepiti all’esterno provocheranno altri pattern che il processore interpreterà. Come dicevamo all’inizio un dna piuttosto originale che fa venire in mente il T-1000, il robot avanzato composto di metallo mutaforma di Terminator 2.

Ora il gruppo di ricerca dell’Iit e degli altri istituti coinvolti nel progetto avrà quattro anni per provare la validità di queste idee costruendo il primo prototipo funzionante. Se dovessero riuscirci, potrebbe essere una rivoluzione nel campo della robotica. Il tutto partendo da una semplice cellula.

 

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