Il diabete può influenzare il modo in cui viviamo le emozioni

20 Marzo 2026
reti perineuronali irccs neuromed

Lo studio dell’IRCCS Neuromed e della Sapienza Università di Roma apre una nuova prospettiva: non tutti i trattamenti per il diabete potrebbero avere lo stesso effetto sul cervello, anche a parità di controllo della glicemia.

 

Il diabete è spesso considerato una patologia metabolica, legata principalmente ai livelli di zucchero nel sangue e alle relative conseguenze su organi e vasi sanguigni.

In realtà, l’alterazione cronica della glicemia può avere effetti più ampi, coinvolgendo anche il Sistema Nervoso Centrale.

Il cervello, infatti, è strettamente connesso al metabolismo e può risentire nel tempo delle variazioni dell’ambiente biochimico che lo circonda. Non si tratta solo di memoria o concentrazione: possono essere influenzati anche i meccanismi con cui attribuiamo importanza emotiva agli stimoli e interpretiamo le esperienze, dando origine a disturbi dell’umore, sintomi depressivi e difficoltà cognitive.

È quanto emerge da uno studio frutto della collaborazione tra l’I.R.C.C.S. Neuromed e la Sapienza Università di Roma, pubblicato sulla rivista Neurobiology of Disease, che ha analizzato in modelli animali gli effetti del diabete su particolari strutture cerebrali chiamate “reti perineuronali”. Queste reti circondano i neuroni come una sorta di impalcatura di sostegno, facendo parte della matrice extracellulare (cioè dell’ambiente che avvolge le cellule nervose) e contribuiscono a stabilizzare le connessioni tra i neuroni, regolando l’equilibrio e il funzionamento dei circuiti cerebrali.

In particolare, i ricercatori hanno osservato che, in presenza di diabete, le reti perineuronali risultano più dense nella corteccia insulare, una regione del cervello che fa parte di un sistema cerebrale chiamato “rete della salienza”. È il circuito che ci permette di stabilire quanto uno stimolo sia rilevante per noi e se abbia un valore emotivo positivo o negativo. In altre parole, contribuisce a decidere cosa merita attenzione, cosa ci attrae e cosa, invece, ci mette in allarme. Al contrario, in altre aree del cervello il diabete si associa a una riduzione di queste strutture, segno che la malattia non altera il sistema nervoso in modo uniforme, ma rimodella selettivamente diversi circuiti.

“La nostra ricerca – dice la Dottoressa Giada Mascio, prima autrice del paper e Principal Investigator del progetto di Ricerca Finalizzata Giovani Ricercatori del Ministero della Salute (GR-2021-12372496) grazie al quale lo studio è stato reso possibile – mostra che il diabete non altera solo il metabolismo, ma modifica in modo selettivo l’architettura della matrice extracellulare in regioni del Sistema Nervoso centrale coinvolte nell’elaborazione emotiva, rendendola troppo densa, quasi rigida. La vera svolta è aver dimostrato che esiste un legame diretto tra l’alterata densità di queste reti cerebrali e i disturbi comportamentali legati alla salienza.

Nei modelli animali studiati, infatti, il diabete era associato a una minore attrazione verso stimoli sociali nuovi, oltre a una maggiore sensibilità agli stimoli negativi, come ad esempio il dolore. Intervenendo in modo mirato sulla corteccia insulare e utilizzando un enzima capace di “smontare” selettivamente le reti perineuronali, i ricercatori sono riusciti a correggere le alterazioni comportamentali.

“Questi dati – aggiunge il Professor Ferdinando Nicoletti del Dipartimento di Farmacologia e tossicologia della Sapienza Università di Roma e Responsabile del Laboratorio di Neurofarmacologia del Neuromed – suggeriscono che nel diabete possa verificarsi uno spostamento dell’attribuzione di salienza verso valori più negativi. È un aspetto che aiuta a comprendere meglio perché questa malattia si accompagni spesso a disturbi dell’umore e a difficoltà cognitive.

Lo studio apre ora una prospettiva nuova: non tutti i trattamenti per il diabete potrebbero avere lo stesso effetto sul cervello, anche a parità di controllo della glicemia. Comprendere come le terapie influenzino le reti perineuronali potrebbe rappresentare un passo importante per affrontare in modo più completo le complicanze neurologiche della malattia.

 

fonte: IRCCS Neuromed

 

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