L’Università di Pavia partecipa alla più grande analisi europea sulla vegetazione e il cambiamento climatico

17 Aprile 2026
vegetazione e cambiamento climatico

Comprendere le traiettorie di cambiamento divergenti e il crescente debito climatico negli ecosistemi europei è fondamentale per interpretare le dinamiche attuali e prevedere l’evoluzione futura delle comunità vegetali in un clima in rapido riscaldamento.

 

Il cambiamento climatico sta trasformando in profondità le comunità vegetali europee, favorendo le specie adattate a condizioni più calde a discapito di quelle legate al freddo.

Questo fenomeno, noto come termofilizzazione, rappresenta una delle manifestazioni più evidenti del riscaldamento globale sugli ecosistemi terrestri.

Un ampio studio internazionale guidato dal Forest & Nature Lab dell’Università di Ghent, con il contributo di numerose istituzioni europee tra cui il Research Institute for Nature and Forest (INBO), la rete GLORIA coordinata dall’Università di Vienna e con la partecipazione dell’Università di Pavia, ha fornito un’analisi senza precedenti su scala continentale. La ricerca “Contrasting thermophilization among European forests, grasslands and alpine summits”, pubblicata su «Nature», si basa su un database di oltre 6.000 rilievi di vegetazione raccolti in foreste, praterie e cime alpine europee, con osservazioni distribuite su un arco temporale compreso tra 12 e 78 anni.

I risultati evidenziano come la termofilizzazione sia un processo diffuso ma non uniforme. Nelle foreste e nelle praterie si osserva un aumento delle specie che necessitano di calore, dovuto principalmente alla colonizzazione di nuove specie, accompagnato anche da una perdita di specie adattate al freddo. Tuttavia, in questi ecosistemi il fenomeno risulta complessivamente moderato. Al contrario, le comunità vegetali delle cime alpine mostrano una termofilizzazione molto più marcata, fino a cinque volte superiore e statisticamente significativa, trainata soprattutto dal rapido declino delle specie fredde.

Lo studio mette inoltre in luce come i meccanismi alla base di questi cambiamenti differiscano tra gli ecosistemi: nelle praterie prevale l’aumento di specie termofile, nelle cime alpine domina la scomparsa di specie adattate al freddo, mentre nelle foreste entrambi i processi contribuiscono in modo combinato. Queste traiettorie divergenti indicano che il riscaldamento climatico non produce effetti uniformi, ma interagisce con la struttura e la composizione di ciascun habitat.

Un altro elemento chiave emerso è il cosiddetto “debito climatico”, ovvero il ritardo con cui le comunità biologiche rispondono ai cambiamenti climatici. Le piante, infatti, non sono ancora in equilibrio con le nuove condizioni ambientali. Debiti climatici significativi sono stati rilevati nelle foreste e nelle aree alpine, mentre risultano più contenuti nelle praterie, e mostrano una correlazione positiva con le variazioni della temperatura su larga scala. Questo ritardo comporta rischi concreti per la biodiversità e la stabilità degli ecosistemi, poiché indica una crescente discrepanza tra clima attuale e composizione delle comunità vegetali.

Nel complesso, la ricerca evidenzia traiettorie di cambiamento differenziate e un accumulo crescente di debiti climatici nei vari ecosistemi europei. Comprendere questi meccanismi consente non solo di interpretare meglio le dinamiche in atto, ma anche di fornire una base solida per prevedere le future trasformazioni delle comunità vegetali in un contesto di riscaldamento climatico sempre più rapido. Ne emerge chiaramente la necessità di strategie di adattamento specifiche per ciascun ecosistema, fondamentali per preservare la biodiversità nel lungo periodo.

«Questo studio dimostra che non possiamo raccontare una storia unica e uniforme sugli impatti del riscaldamento climatico. Mentre le regioni alpine stanno perdendo specie che non possono sopravvivere altrove, nelle foreste e nelle praterie stanno aumentando le specie adattate al caldo. Questo ha profonde conseguenze per la conservazione della biodiversità in Europa», afferma il professor Pieter De Frenne (Università di Ghent).

Il prof. Simone Orsenigo del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Pavia ha partecipato allo studio fornendo i dati del progetto GLORIA (Global Observation Research Initiative in Alpine environments), progetto di monitoraggio del cambiamento climatico in ambiente alpino, coordinato dall’Università di Vienna e attivo dal 2001 in alcune delle vette più alte dell’Appennino settentrionale.

 

fonte: Università di Pavia

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