Federchimica: la flessione del settore è un segnale inquietante per tutta l’economia

18 Novembre 2022
Federchimica: la flessione del settore è un segnale inquietante per tutta l’economia

Il Presidente di Federchimica lancia un segnale di forte preoccupazione sulle prospettive dell’Industria chimica in Italia, quanto mai incerte e con una previsione di chiusura d’anno di segno negativo.

 

Dopo un primo semestre ancora positivo, l’industria chimica italiana registra da luglio un forte peggioramento. Ad aggravare la situazione le previsioni per il prossimo futuro che presagiscono un calo della produzione a fine 2022

 

L’industria chimica in Italia (più di 2.800 imprese, terzo produttore europeo dopo Germania e Francia e sesto settore industriale del Paese) ha chiuso il 2021 con un valore della produzione di 56,4 miliardi di euro. Dopo un primo semestre ancora positivo (+0,4%), da luglio si registra un significativo deterioramento, causato soprattutto dai costi energetici e dall’indebolimento della domanda da parte dei settori clienti.

Questi dati, presentati in occasione dell’Assemblea Federchimica sono stati così commentati dal Presidente Paolo Lamberti: “Senza l’industria chimica si ferma la produzione manifatturiera: il nostro settore è una ‘materia prima’ a monte di quasi tutte le filiere produttive, connesse ad esempio all’agroalimentare, all’edilizia, ai settori del Made in Italy, ed è motore essenziale della nostra economia, oltre che infrastruttura tecnologica di qualità e innovazione. Le istituzioni ne tengano conto, predisponendo interventi di sostegno per fronteggiare la crisi.”

Nell’ipotesi che non si verifichino limitazioni all’attività per il razionamento del gas, si prevede una contrazione della produzione dell’8% nel secondo semestre, che porterebbe a chiudere il 2022 con un calo complessivo del 4%.

“La crisi che tutti stanno affrontando è particolarmente sentita dalla chimica, un settore energivoro, che utilizza il gas anche come materia prima per moltissime produzioni. Già prima dell’attuale crisi, il costo dell’energia aveva un’incidenza elevatissima (11%) sul valore della produzione, con punte ancor più significative ad esempio per gas tecnici, fertilizzanti, chimica di base e molti principi attivi farmaceutici.

“Le decisioni prese dal Consiglio Europeo e il mandato alla Commissione sul price cap al gas ci sembrano significative, soprattutto perché assunte in totale condivisione tra i Paesi della Ue”.

L’industria chimica è da tempo impegnata nel promuovere l’efficienza energetica e dal 2000 ha ridotto i consumi energetici del 44% a parità di produzione, anche grazie agli investimenti in cogenerazione, rinnovabili ed economia circolare. Per fare fronte alla crisi energetica, le imprese stanno utilizzando ogni leva disponibile, incluse la rimodulazione dei turni e la riformulazione dei prodotti.

“Lo shock energetico produce una rilevante perdita di competitività per tutta l’industria europea ma l’Italia rischia anche nei confronti degli altri Paesi UE, a causa del suo mix energetico più sbilanciato sul gas”.

Senza contare gli oneri connessi al Green Deal europeo, che, con l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, da mesi sta comportando interventi legislativi che enfatizzano i vantaggi ambientali ma sottostimano i costi industriali, “misure che ci penalizzeranno rispetto ai nostri competitor globali. Perché la transizione ecologica abbia successo, le Istituzioni, europee e nazionali, devono garantire un quadro normativo chiaro e prevedibile, senza inutili appesantimenti. Il Covid ci ha insegnato che molte semplificazioni amministrative imposte dall’emergenza hanno funzionato e possono essere adottate anche in situazioni ordinarie”.
“Lo ripetiamo da anni: per il nostro Paese una Pubblica Amministrazione dinamica e vicina alle istanze delle imprese nell’interesse della collettività è un fattore imprescindibile di modernizzazione”.

La chimica è un settore sostenibile anche dal punto di vista della responsabilità sociale: impiega oltre 112 mila addetti altamente qualificati, 278 mila considerando anche l’indotto. Tra il 2015 e il 2021 la chimica ha generato circa 7.000 nuovi posti di lavoro, figurando tra i settori che più hanno contribuito a creare occupazione nel Paese. Il rinnovo del Contratto Collettivo, siglato in giugno in anticipo sulla scadenza, “ha assicurato una prospettiva per il futuro delle imprese e dei lavoratori in un clima di grande incertezza”.

L’innovazione Chimica è essenziale anche per affrontare le grandi sfide ambientali e demografiche del Pianeta. “Perciò la ricerca chimica – precisa Lamberti – deve diventare centrale e prioritaria nei programmi di sostegno pubblici, favorendo gli sforzi delle imprese, soprattutto piccole e medie, con una ricerca pubblica indirizzata a finalità industriali”.

“Apprezziamo la rapidità con cui è stato definito il nuovo Governo, segno che c’è consapevolezza delle difficoltà da affrontare.
Chiediamo alle Istituzioni di essere messi in condizione di operare bene per produrre progresso, innovazione e benessere per tutto il Sistema economico. Perché se si chiude la Chimica – conclude Lamberti – si chiude il Paese.

All’Assemblea di Federchimica sono intervenuti Pina Picierno, Vicepresidente Parlamento Europeo; Ferruccio Resta, Presidente CRUI; Davide Tabarelli, Presidente Nomisma Energia, Fabio Tamburini, Direttore Il Sole 24 Ore. Ha concluso i lavori Carlo Bonomi, Presidente Confindustria.

 

 

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