La dopamina può alterare il senso di controllo e le decisioni sociali

4 Agosto 2026
dopamina nel funzionamento cerebrale

Lo studio in pazienti con malattia di Parkinson ha coinvolto Istituto Italiano di Tecnologia, Sapienza Università di Roma e Santa Lucia IRCCS di Roma.

 

La dopamina è uno dei principali neurotrasmettitori del cervello e gioca un ruolo centrale nella regolazione del comportamento, della motivazione e dei processi decisionali.

È alla base dei circuiti della ricompensa, che si attivano in risposta a esperienze gratificanti, e contribuisce anche a modulare comportamenti come il gioco d’azzardo e la valutazione del rischio.

Un recente studio pubblicato su PNAS suggerisce che la dopamina influisce anche su un aspetto più complesso della cognizione sociale: la percezione del controllo sulle proprie azioni e, di conseguenza, la tendenza a comportarsi in modo più o meno corretto nei confronti degli altri.

La ricerca, condotta da Istituto Italiano di Tecnologia, Sapienza Università di Roma e Santa Lucia IRCCS di Roma nell’ambito di uno studio multicentrico coordinato dal prof. Salvatore Maria Aglioti, in collaborazione con la dott.ssa Giorgia Ponsi e il dott. Riccardo Villa, ha esplorato questi meccanismi neurobiologici in un contesto clinico.

Per indagare il ruolo della dopamina nel funzionamento cerebrale, il team si è concentrato su pazienti affetti da malattia di Parkinson, una patologia caratterizzata da una riduzione dei livelli di dopamina. In questi pazienti, il deficit viene compensato attraverso terapie farmacologiche a base di levodopa, precursore della dopamina, oppure mediante farmaci dopaminergici in grado di aumentarne la disponibilità o di mimarne e potenziarne gli effetti.

In particolare, ai pazienti è stato chiesto di partecipare a un gioco interattivo dove era necessario operare delle scelte a favore che potevano favorire o sfavorire l’altro giocatore, così da valutare se il loro comportamento presentasse una preferenza per una delle due possibilità sia in assenza dei farmaci sia dopo averli assunti.

“Abbiamo mostrato ai pazienti delle azioni virtuali e chiesto loro di svolgere un gioco interattivo, in cui mentendo avrebbero potuto ricevere una ricompensa”, spiegano la Dott.ssa Giorgia Ponsi e il Dott. Riccardo VillaCon questi strumenti abbiamo testato due processi che ritenevamo influenzati dalla dopamina, ossia la percezione di essere noi stessi i responsabili delle nostre azioni, con le relative conseguenze, ed il modo in cui facciamo scelte legate all’onestà”.

I risultati mostrano che dopo aver assunto farmaci i partecipanti riportano un maggiore senso di controllo sulle proprie azioni e perciò tendono a comportarsi in modo meno disonesto nei confronti dell’altro giocatore, rispetto all’assenza di farmaci in cui il senso di controllo si riduce.

È noto che in più del 10% di pazienti con malattia di Parkinson, il tipo di farmaci utilizzati per trattarla possono portare il paziente a sviluppare comportamenti sociali disregolati o fare scelte impulsive nella gestione del denaro a causa della loro azione sui circuiti della dopamina. Lo studio ha ricondotto questi comportamenti alla modulazione che la dopamina svolge nella percezione del controllo che esercitiamo sulle nostre azioni.

“Il cervello non modifica i processi decisionali morali per una carenza di dopamina, come siamo portati a pensare. Piuttosto, la riduzione di questo neurotrasmettitore lo induce a diminuire la percezione del proprio ruolo causale nel generare gli eventi: diventa più difficile individuare la propria responsabilità nelle azioni compiute, anche quando queste hanno conseguenze negative su altre persone” afferma il Prof. Salvatore Maria Aglioti.

Questi risultati supportano l’idea di una stretta relazione tra la consapevolezza corporea e il comportamento morale. Tali ricerche si inseriscono in un filone di studi che attribuisce ai gangli della base, aree del cervello legate alla produzione di dopamina e fortemente danneggiate nella malattia di Parkinson, un ruolo non solo motorio, ma anche di valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.

Dal punto di vista clinico, lo studio aggiunge un tassello alla comprensione degli effetti che i trattamenti dopaminergici possono avere nelle interazioni sociali. Inoltre, può contribuire allo sviluppo di approcci terapeutici della malattia di Parkinson più completi e personalizzati.

Lo studio è stato svolto in collaborazione con l’Università di Verona, il Centro Medico Universitario Hamburg-Eppendorf (UKE), e l’Università di Ghent; ringraziamenti alla dott.ssa Ilaria di Vico, alla prof.ssa Maria Serena Panasiti, al dott. Michael Schepisi e al prof. Michele Tinazzi che ha supervisionato il reclutamento dei 24 pazienti.

 

fonte: IIT

 

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