Sedimenti fluviali, nasce a Pisa un archivio digitale unico

6 Novembre 2026
itased Luppichini Bini

Quasi due milioni di registrazioni dal 1924 al 2025 confluite nel nuovo strumento, utile per studiare i cambiamenti di fiumi e coste e per orientare la gestione del territorio.

 

Sabbia, ghiaia e particelle più fini: i sedimenti che i fiumi portano a valle scolpiscono gli alvei, costruiscono i delta e alimentano le coste.

Ma i dati che li riguardano sono sparsi tra archivi storici, enti e gruppi di ricerca, e metterli insieme non è mai stato semplice. Per cambiare le cose, l’Università di Pisa ha creato ITASED, una piattaforma open data che riunisce le misure sul trasporto fluviale dei sedimenti e le misure idrologiche e ambientali indispensabili per leggerle. Tra mappe interattive, tabelle e strumenti di esportazione, per la prima volta è possibile consultare e incrociare in un unico spazio informazioni che finora erano difficili da trovare e da usare insieme.

«Conoscere la quantità e le caratteristiche dei sedimenti trasportati dai fiumi aiuta a comprendere come cambiano i corsi d’acqua e i litorali e a valutare gli effetti del clima e delle attività umane, dalle dighe ai prelievi d’acqua, fino alle trasformazioni del territorio – spiega Monica Bini, professoressa del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa – L’archivio ci aiuta anche a individuare dove mancano osservazioni e dove occorre rafforzare il monitoraggio».

L’archivio raccoglie quasi due milioni di registrazioni relative a 39 fiumi, 29 bacini idrografici e 76 siti di rilevamento, con dati che coprono complessivamente il periodo dal 1924 al 2025. Le informazioni riguardano soprattutto i bacini del Nord, tra cui Po, Adige, Piave e Tagliamento, mentre nell’Italia centrale sono rappresentati, fra gli altri, Arno, Ombrone e Versilia. Sud e isole restano poco presenti nell’archivio, una lacuna che non implica necessariamente l’assenza di monitoraggi, ma segnala la necessità di coinvolgere e mettere a sistema enti e rilevazioni. Anche i periodi e le frequenze delle misure variano: da serie estese su diversi decenni a osservazioni stagionali e dati raccolti a intervalli irregolari.

«Il problema non è soltanto trovare i dati, ma capire come sono stati raccolti e quali confronti possiamo fare – spiega Marco Luppichini ricercatore del Dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Pisa e primo autore dello studio – grazie a ITASED possiamo così valorizzare un patrimonio spesso sottoutilizzato, rendendo visibili anche le interruzioni e le lacune che devono essere considerate nelle analisi».

Lo studio, pubblicato sulla rivista Earth System Science Data, ha coinvolto, insieme all’Università di Pisa, ricercatori delle Università di Padova, Firenze, Ferrara e Milano, della Libera Università di Bolzano, del Politecnico di Milano e dell’Istituto di Geoscienze del CNR, con la partecipazione dell’Università di Lincoln, della Regione Veneto e del Consorzio di Bonifica della Romagna. Il lavoro nasce nell’ambito del gruppo GEOALL dell’Associazione italiana di geografia fisica e geomorfologia (AIGeo) ed è stato finanziato dall’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino settentrionale.

 

La piattaforma è ospitata sui server dell’Università di Pisa e utilizzabile a questo link

 

fonte: Università di Pisa

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