La sicurezza alimentare? Passa dalla blockchain. Ma solo 1 azienda su 10 la utilizza

4 Settembre 2019
Blockchain

Le aziende del settore ritengono strategica la sicurezza alimentare ma non hanno ancora compreso del tutto come applicare soluzioni avanzate come la blockchain al business del food

 

Tre vittime accertate e oltre 200 persone colpite dalla listeriosi in Andalusia a causa di carne contaminata (“la mechada”, un prodotto tipico di questa regione della Spagna). E’ questo solo uno degli ultimi casi di violazione della sicurezza alimentare. Sotto accusa, nel caso specifico, alcuni strumenti (il carrello del forno e aghi da lardo) in uso all’azienda produttrice Magrudis, risultati positivi ai batteri Listeria monocytogenes.

Se torniamo a luglio 2018, fu il caso di Findus ad agitare i sonni di qualche consumatore con la diffusione di un comunicato che allertava in via precauzionale di una “potenziale contaminazione da batterio Listeria di una partita di fagiolini utilizzati in minima parte all’interno di alcune confezioni”.

Quello delle infezioni legate al cibo è, dati alla mano, un (enorme) problema globale. Secondo una pubblicazione del 2018 dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, arriva al 10% la percentuale di persone che ogni anno si ammalano a causa di alimenti contaminati, con un numero di decessi che supera le 420mila unità (di cui 125mila bambini). Solo nel quarto trimestre dell’anno passato il segretariato dell’Oms responsabile della sicurezza alimentare (Infosan) è stato attivato per 19 incidenti di sicurezza alimentare che hanno interessato 65 Paesi membri (di cui 29 in Europa). Le cause? Sono diverse le fasi della catena agroalimentare in cui è più probabile che si verifichi una contaminazione, partendo dalla produzione e dalle prime attività di trasformazione per arrivare al trasporto e alla distribuzione dei prodotti al consumatore finale.

Quello delle frodi alimentari, invece, è l’altra faccia di un problema che minaccia non solo la salute delle persone ma anche le eccellenze enogastronomiche e in particolare i prodotti contrassegnati dalle denominazioni di origine (Dop, Igp e via dicendo): secondo i dati raccolti dall’Icqrf (Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi), sono migliaia e migliaia le tonnellate di prodotti “falsi” sequestrati ogni anno. La soluzione? Non sono pochi gli esperti in materia tecnologica e legale a vedere nella blockchain, la tecnologia dei registri inviolabili e distribuiti, la strada maestra per garantire in modo certificato trasparenza e tracciabilità di un determinato prodotto lungo l’intera sua filiera, rafforzando la fiducia tra produttori e consumatori (che possono accedere, al pari delle autorità competenti, alle informazioni crittografate nella rete tramite smartphone, leggendo l’etichetta intelligente applicata alla confezione) e riducendo ai minimi termini il rischio di contraffazioni.

Le tecnologie come soluzione 
Un’indagine condotta da Dnv GL Business Assurance e The Global Food Safety Initiative tra novembre e dicembre 2018 su oltre 1.600 specialisti di aziende Food & Beverage in Europa, Nord America, Centro-Sud America e Asia ha fatto luce su alcuni aspetti dell’approccio alla sicurezza alimentare degli operatori del settore, confermando in primis come l’importanza delle nuove tecnologie digitali in merito alla questione sia ben percepita. Per contro molte di queste imprese non hanno ancora compreso del tutto come applicare soluzioni avanzate per ridurre gli effetti del fenomeno. Soltanto un’azienda su dieci, recita infatti lo studio, utilizza già oggi le nuove tecnologie per garantire la sicurezza alimentare e da qui a tre anni si prevede che il rapporto salga a quasi 4 su 10. Sensori e beacon (piccoli dispositivi che abilitano connettività senza fili a breve distanza) sono nello specifico le tecnologie digitali oggi più diffuse (oggi arriviamo al 44%, fra tre anni si salirà al 56%) e subito dopo c’è la blockchain (attualmente al 15% e con una proiezione di arrivare al 40% fra tre anni). A intuire il valore della catena dei blocchi su cui si appoggiano le principali criptovalute sono soprattutto le aziende asiatiche, con oltre la metà delle quali che prevede di utilizzare questa tecnologia nel prossimo futuro. Più in generale, la limitata chiarezza sul tema si ripercuote sulle decisioni d’investimento: più di un quarto delle imprese intervistate dichiara infatti di non sapere quanto investirà in soluzioni digitali nei prossimi 12-18 mesi, mentre il 14% risponde che non effettuerà alcun investimento.

Serve fare sistema per sfruttare il potenziale del digitale
Sebbene il digitale e la stessa blockchain abbiano già trasformato molti settori, specialmente nel mondo retail – questa l’osservazione di Luca Crisciotti, Ceo di Dnv GL – Business Assurance -, l’indagine suggerisce che per molte aziende queste tecnologie devono ancora passare dall’essere oggetto di discussioni teoriche a possibilità di applicazione concreta. La speranza per un cambio di passo è comunque realistica e lo è soprattutto se le principali motivazioni che spingono oggi a implementare soluzioni per la sicurezza alimentare saranno ulteriormente condivise. Al momento sono viste come priorità (e al contempo una preoccupazione) la salvaguardia della salute dei consumatori (voce citata nell’88% dei casi) e la conformità alle normative in materia (69%). Seguono le esigenze/richieste dei clienti consumatori, indicate dal 61% del campione.

 

Fonte: Ilsole24ore.com

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